di Vittorio Coletti*
Per circa un anno il porto antico di Oneglia è stato un parcheggio per una dozzina di grandi yacht, che, per ammissione dello stesso Comune, non hanno portato alcun beneficio alle casse comunali, ma solo, forse, a quelle private dell’Imperia mare che aveva in concessione la banchina. Ora pare che, se ne arriveranno degli altri, l’affitto dell’approdo toccherà al Comune e quindi tutti saranno contenti.
E’ vero che i soldi non puzzano e servono ai Comuni sempre più impoveriti dal governo. Ma è forse il caso di ricordare (anche all’opposizione) che, se si è protestato contro i megayacht in porto, non è (solo) perché non rendevano niente (lo si sospettava, non lo si sapeva), ma (anche) perché la loro presenza era illegale e non in sintonia con l’ambiente urbano circostante. Illegale, perché queste imbarcazioni, come bene si è visto proprio in questi giorni, sono dei veri e propri trucchi fiscali galleggianti, si spacciano per charter ma non sono affittate a nessuno o lo sono agli stessi proprietari della società che le ha comperate e comunque non sono in regola con la prassi consolidata dei porti commerciali, che prevede brevi soste per operazioni di carico e scarico e rapida ripartenza, mentre queste sostano in banchina per lunghissimi periodi. Sono in contrasto con l’ambiente circostante, perché un centro storico non può essere un parcheggio, men che mai di enormi imbarcazioni moderne e ingombranti, né un molo in piena città, passeggiata pedonale e sede di ristoranti e negozi, può essere il luogo in cui per mesi un equipaggio campeggia. E infine perché questi yacht sono in contrasto vistoso col paesaggio urbano circostante, né più né meno del grattacielo che rovina la vista della città vecchia al punto che le immagini pubblicitarie lo cancellano. Del resto gli yacht sono stati accuratamente cancellati dai manifesti e dalle foto che lo scorso anno usavano come sfondo il porto di Oneglia. Senza contare che il loro approdo ostacola le operazioni della banchina commerciale e innalza una specie di muraglia di ferro che deturpa la vista, toglie il sole e la luce ai ristoranti e ai portici, urta per forme e materiali col decoro urbano vicino.
Ma l’amministrazione comunale imperiese preme per il loro ritorno e non è del tutto chiaro come la pensi in prospettiva l’opposizione. Per trenta denari si è venduto Gesù Cristo, si può ben cedere un pezzo di porto antico, una delle bellezze della città. Del resto, non c’è uno straccio di idea per valorizzarlo, per promuoverne una frequentazione più fitta da parte della popolazione, un uso più adeguato alla sua natura e alla sua bellezza. Uno spazio maggiore alla nautica sociale, alle barchette dei locali non si trova.
E’ storia vecchia, purtroppo. In Liguria non c’è coscienza del bene paesaggistico e urbanistico. Sono come filoni minerari da sfruttare finché rendono qualcosa. La politica edilizia, prima cittadina e ora portuale, lo dimostra. Eppure, appena c’è un po’ di brutto tempo tutti si dolgono del danno che la natura arreca all’economia turistica. Ma imbruttire la natura del paesaggio e contraddire la sua storia, questo sembra ammesso o non scandalizza. Non ci si sforza neppure di farsi venire delle idee che contemperino il bene naturale e storico ricevuto in gratuita eredità comune con l’industriosità che produce ricchezza. Eppure si potrebbe cominciare ricordando che il bene della terra e delle città è la prima ricchezza e che, se la si dilapida e intacca, quel bene diventa minore e non rende più.
Se per fare cassa una città vende o affitta le sue bellezze, dichiara il suo fallimento come collettività e dimostra miopia amministrativa. La politica dei porti, ora che i grandi entusiasmi cementiferi stanno rientrando, deve inventarsi nuove soluzioni, a misura di luoghi e d’uomo.
* Ordinario di Storia della lingua italiana Università di Genova
da Pagine Nuove del Ponente n. 3 – maggio/giugno 2010